Liliana Casadei

Come i binari

Come i binari

Un giorno di settembre la vita di Renato, cinquantenne abitudinario e annoiato, si affianca, come per magia, a quella di Antonia detta Toni, donna passionale e ostinata nel combattere le difficoltà che le si presentano davanti. Come binari, questi due personaggi apparentemente agli antipodi corrono uno di fianco all'altra facendosi compagnia. Sarà Margherita, pallido fantasma dagli occhi verdi e azzurri, a sconvolgere i piani di Renato, che si troverà costretto ad abbattere muri che credeva invalicabili.

Leggi il primo capitolo

Renato

 

 

Renato. Cinquant’anni compiuti a settembre. Temperamento quieto, proprio come il mese in cui era nato.

Viveva da solo in uno spazioso appartamento del centro. Non possedeva animali.

Amava la letteratura, studiava botanica e adorava i fiori, che riteneva i suoi compagni di vita.

Pur essendo una persona molto curiosa, la sua esistenza, con il passare degli anni, era diventata assai abitudinaria.

Usciva la mattina per andare in ufficio, passando dalla stessa edicola a prendere il quotidiano preferito e dal bar a bere il caffè più amaro dell’intero quartiere.

Renato non mangiava mai la mattina. Solo un caffè con tre bustine di zucchero di canna.

Saliva in macchina e guidava cautamente fino al parcheggio dell’azienda.

Arrivato sul posto di lavoro, salutava i colleghi con qualche chiacchiera futile e si sedeva sul suo piccolo trono.

 A pranzo faceva due passi per andare a mangiare nella stessa tavola calda in cui andava ormai da dieci anni. A parte la terza settimana di luglio, in cui i gestori del locale si regalavano una vacanza sotto l’ombrellone della riviera. In quel caso la sua traiettoria subiva una lieve modifica. Il ristorante cinese aperto a pochi metri di distanza. Ravioli al vapore, spaghetti di soia con le verdure e un bel gelato fritto.

 

Era talmente ligio alle sue abitudini, che nessuno avrebbe potuto pensare che non ne fosse contento.

L’unico sospetto nasceva nel momento in cui lo si guardava camminare da dietro.

L’andatura lenta e dinoccolata non era degna di un uomo sereno.

La malinconia pervadeva l’esistenza di quest’uomo continuamente, senza affliggerlo, rendendolo una persona assai riflessiva.

   

Dopo aver pranzato fino a sazietà, con la pancia piena, ritornava a occupare la sua postazione.

Alle 17:33, salvo imprevisti, timbrava il cartellino, salutava i colleghi e si dirigeva verso l’automobile.

Doccia. Qualche ora davanti al computer.

Cena abbondante.

Almeno tre volte a settimana si faceva portare la pizza a domicilio.

Poi andava al bar da Woody, che non era lo stesso in cui si fermava la mattina.

Per andare al bar della sera doveva guidare un quarto d’ora, perché era cinque minuti fuori dalla città. Si era affezionato a quel posto grazie a un vecchio amico.

Graziano.

Il bar si chiamava Woody, dal nome del proprietario, un uomo alto, dalle spalle larghe e possenti e una grossa pancia.

Era un posto pulito, ma un po’ freddo. Arredato in maniera veloce, senza averci pensato troppo.

Da quando aveva iniziato a frequentarlo non era cambiato di una virgola.

Assolutamente privo di ornamenti, solo un paio di quadri raccattati chissà dove dalla moglie del barista e che difficilmente rimanevano impressi, anche dopo esserci stati diverse volte. Il bancone era lungo, di marmo verde. C’erano un paio di ficus all’ingresso che d’inverno venivano assaliti dall’aria gelida ogni volta che si apriva la porta. Non si sapeva come facessero a resistere a tali temperature, ma sopravvivevano. Sempre gli stessi.

Tavoli piccoli, sedie di legno. La radio trasmetteva solo musica italiana.

L’insegna rettangolare sopra la porta, scritta in stampatello su uno sfondo rosso.

Renato amava quel posto, era il suo svago quotidiano. La sera si fermava a parlare di calcio con alcuni coetanei e a scambiare commenti sulla politica.

Gli piaceva osservare i clienti del locale e leggere nei loro volti storie inventate da lui stesso e cucite a pennello sui loro corpi. Abiti su misura.

Non faceva mai tardi.

Si ritirava sempre prima delle undici.

Viveva in una città della Pianura Padana, che dall’autunno all’inverno si riempiva di nebbia già nel tardo pomeriggio.

La sua innata prudenza lo spingeva a non volere affrontare banchi troppo spessi in automobile.

Arrivato a casa beveva una tazza di the deteinato, quando faceva freddo, e un bicchiere di aranciata ghiacciata, quando faceva caldo.

Amava tutte le stagioni, ognuna per il motivo per cui si differenziava dalle altre.

L’autunno era quella più conforme al suo carattere pacato, mite e malinconico.

Adorava i suoi colori e la calma che accompagnava il graduale avvicinamento al letargo degli alberi.

Dell’inverno apprezzava il calore della casa, chiudere le finestre, vivere dentro il suo nido ben arredato, caldo, confortevole. E guardare fuori, da dietro le tende, il freddo impadronirsi di ogni cosa.

Della primavera adorava i fiori, il risveglio della natura, il canto degli uccellini e l’odore dell’erba appena tagliata.

Dell’estate, invece, il profumo del mare e del sole sulla pelle, le pesche mature e i campi di grano.

Renato era sempre stato un romantico, fin da ragazzino. La natura sapeva sedurlo come una danzatrice del ventre.

La sua casa era piena di piante e il balcone era un giardino fiorito in miniatura.

 

Il frigo era sempre pieno perché Renato adorava fare la spesa. Entrava nel supermercato con il suo carrello e si lasciava tentare da ogni ben di dio.

Amava la buona cucina e nel weekend si metteva ai fornelli con impegno.

Talvolta invitava la sorella con l’intera famiglia al seguito o un paio di vecchi amici, ma il più delle volte cucinava per sé.

Tagliatelle con il ragù, lasagne al forno, primi di ogni genere.

La pasta era il suo punto forte.

Spesso andava al ristorante da solo in compagnia di un buon libro. I locali che sceglieva erano sempre gli stessi, e nessuno ormai si stupiva più nel vedere quell’uomo solo, dagli occhiali spessi e dall’ampia stempiatura, che leggeva in mezzo al baccano della sala mangiando qualsiasi tipo di pietanza.

Le ferie d’estate le trascorreva in Puglia, nella casa dei genitori. La madre, originaria del Salento, e il padre, emiliano, si erano trasferiti sul mar Ionio dopo la pensione. Vivevano in una sorta di paradiso terrestre con sei cani, una schiera di gatti che non si contava nemmeno più, tanto mare e buona cucina.

La madre di Renato, Giovanna, e suo padre, Simone, si erano conosciuti proprio lì, in Puglia, a Gallipoli. Lei, ancora ragazza, era uscita con il suo solito gruppo di amici. Lui era lì in ferie con il fratello, ospiti presso uno zio.

E così, davanti a una gelateria, si erano visti per la prima volta ed erano stati presentati. Nel corso dei giorni successivi si erano incontrati casualmente in spiaggia ed era nata una bella amicizia.

L’estate successiva, Simone era tornato lì con l’intento di far diventare quell’amicizia qualcosa di più. E così era stato.

In seguito, la ragazza si era trasferita a Parma per motivi di studio e, grazie alla vicinanza, i due ragazzi erano riusciti a coltivare il loro amore.

Da questa unione erano nati due figli: Renato e sua sorella, maggiore di tre anni, Luna.

Spesso ad agosto andavano giù insieme.

Il loro legame era sempre stato sufficientemente distaccato da non doversi dare troppe spiegazioni a vicenda sia durante l’età giovanile che dopo.

Quando si incontravano parlavano del più e del meno, nessuno dei due era avvezzo ai lunghi discorsi o alle domande curiose. Il marito di Luna riusciva a compensare i loro silenzi con monologhi senza fine. I due fratelli si guardavano negli occhi e sorridevano, mentre l’uomo dispensava teorie sugli argomenti più disparati.

 

Fin da ragazzo aveva avuto una grande passione per il legno. Aveva creato nel garage dei genitori il contesto adatto a generare vere e proprie creature intagliate.

Animali. I più svariati.

Una passione dimenticata e poi ritrovata da alcuni anni. Le vecchie sculture erano nascoste in una stanza del suo appartamento, ricoperte da teli bianchi impolverati.

Quelle create nell’ultimo periodo erano in parte sparse per la casa e in parte distribuite nello scaffale dello studio in cui intagliava.

Animali fatti con la cura di un vero maestro.

A differenza di altri appassionati allo stesso hobby, se così si può chiamare, il suo ambiente di lavoro era in perfetto ordine.

La maggioranza dei suoi conoscenti non sapeva di questa propensione innata per la creazione di animali di legno. La discrezione era la caratteristica principale di Renato.

 

Le stagioni trascorrevano veloci, silenziose.

La vita di Renato scivolava via così, senza troppi scossoni, ma con una sorda malinconia di fondo che pochi riuscivano o volevano intravedere. La sua era una sofferenza che cresceva sotto la pelle per tante e per nessuna ragione.

Non era abituato alla compagnia femminile. Le relazioni con l’altro sesso, negli ultimi anni, erano state fugaci e, troppe volte, deludenti.

Da ragazzo era stato fidanzato dieci anni con una coetanea. Lentamente l’amore era andato scemando per entrambi e, senza dolore, avevano deciso di abbandonare la strada comune per affrontare altri cammini separatamente.

Da allora non aveva conosciuto nessun’altra ragazza per cui valesse la pena distogliere l’attenzione da se stesso e dai propri interessi. A trentacinque anni aveva lasciato la casa dei genitori e si era trasferito nell’appartamento attuale.

Relazioni poco interessanti, naufragate per gli stessi motivi per cui erano iniziate.

L’unica donna con cui avrebbe voluto condividere più tempo si chiamava Sara, ma era sposata, e la loro storia si era esaurita tra appuntamenti segreti e appuntamenti rimandati.

La vedeva spesso a passeggio con il marito per le strade del centro e lo faceva soffrire la visione di quei due corpi, uno accanto all’altra, apparentemente in sintonia.

La mancanza di una figura femminile stabile rendeva Renato più libero dal punto di vista delle scelte, ma più solo dal punto di vista affettivo, ovviamente.

Spesso si fermava a pensarci. Guardava la famiglia di sua sorella e si chiedeva se fosse quella, la felicità. Accettare i compromessi della vita coniugale per sentirsi arrivati, fare dei figli per sentire di avere un seguito, per avere un assaggio di    eternità in carne e ossa.

Forse era questo il motivo per cui tutti tendevano alla ricerca di quel tipo di vita.

Quei compromessi erano forse la strada verso una vecchiaia più serena?

Questa domanda lo aveva assillato fin da ragazzo, senza che nessuna risposta smentisse o confermasse l’ipotesi.

Si ricordava, ormai vagamente, di quella lunga relazione giovanile. Si ricordava d’averla amata tanto, ma la sua mancanza non l’aveva più sentita dopo la separazione.

Le donne con cui era uscito non erano all’altezza, o era Renato a non esserlo?

La totale noncuranza con cui le portava a cena o al cinema non erano altro che lo specchio di quel vuoto sentimento che lo conduceva tra quelle braccia.

La solitudine lo aveva ormai assuefatto, e la presenza sporadica di Sara, a causa del suo matrimonio, gli avevano permesso di affezionarsi senza potersi stancare delle necessità innate di una donna. Si vedevano una volta a settimana, e spesso l’appuntamento saltava a causa di qualche impegno improvviso    con il marito.

Sara si era inserita perfettamente nell’ingranaggio ben oliato della vita di Renato.

Eppure c’erano delle sere in cui avrebbe preferito restare a casa con lei che andare da Woody.

Si erano conosciuti al bar della mattina. Si vedevano spesso, lui si fermava per il caffè, lei, invece, faceva colazione lì perché la proprietaria del locale era una sua amica.

Avevano iniziato a chiacchierare un po’ per noia, un po’ per educazione. Finché, un giorno, la barista gli aveva fatto notare l’interesse della donna per lui. Un fulmine a ciel sereno.

Il gioco era fatto. Senza nemmeno che i due si parlassero, l’appuntamento era fissato.

«Perché no?» si era detto l’uomo, accettando senza pensarci troppo.

Cena al ristorante indiano, cucina che Renato apprezzava particolarmente, e due chiacchiere in un locale poco distante.

La donna era stata sincera dal primo momento. Gli aveva rovesciato addosso tutta la sua vita: il matrimonio in crisi, i figli che avrebbe voluto ma che non poteva avere, la grande solitudine e i continui tradimenti.

Nelle sue parole non c’era traccia di senso di colpa, ma solo il timore di poter essere scoperta, cosa che andava nettamente in contrasto con quell’uscita organizzata alla luce del sole. Il marito viaggiava per lavoro e le occasioni di uscire da sola non mancavano. Gli raccontò che non era geloso e che si accontentava dei vaghi racconti che lei gli faceva, di nomi di amiche mai viste e di telefonate veloci.

Un uomo molto sicuro di sé, oppure noncurante di quello che accadeva a sua insaputa.

La relazione era durata quasi due anni. Ed era finita da due.

Renato ci pensava ancora, ma aveva preferito abbandonare quelle serate, proprio perché stava diventando più geloso lui del marito della donna. Era ormai certo di non essere l’unico con cui riempiva i vuoti creati da quei viaggi di lavoro.

Questo pensiero, inizialmente scartato, era diventato un dubbio col passare dei mesi e una certezza nell’ultimo periodo.

Lei aveva accettato la sua decisione senza obiezioni e si erano salutati con una serenità che rasentava l’indifferenza.

Malgrado questo, Renato la pensava. Da allora, non era più uscito con nessuna donna.  

 

 

Specifiche

  • Genere: Mainstream
  • Collana: BLACK-OUT
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 274
  • ISBN: 9791280877512
  • Anno pubblicazione: 2023
  • Prezzo copertina:: 20
  • Esiste la versione ebook?: Si
  • Prezzo ebook: 4,95

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