ELISELLE - Elisa Guidelli

SNEET

SNEET

Amabile è una Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Né fidanzata, né a caccia, né in flirt. Non ha tempo né voglia di dedicarsi alla ricerca di un partner e non si concede occasioni in ambito sentimentale. Un giorno, spinta dal Guru, decide di fare un esperimento: fare una lista di tutti i suoi ex, e chiamarli uno per uno per chiedere loro scusa. E proprio mentre è impegnata nell’impresa, ecco che un incontro inaspettato arriva a seminare dubbi sulla sua situazione: sarà il caso di concedersi un’ultima chance?

Leggi il primo capitolo

Prologo

 

 

Una carota.

Una zucchina.

Una melanzana stretta e lunga.

Due peperoni, uno giallo e uno rosso.

Una confezione di cous cous.

Una bottiglia di marca di Franciacorta Satèn.

Fila infinita alla cassa.

Inutile attendere, meglio fare un altro giro.

Mi ritrovo nel reparto igiene, incrocio un tipo che pare Sandman e che sbircia verso di me più volte.

Faccio finta di niente, afferro un pacchetto di assorbenti e passo oltre.

Nel mentre una ragazza annuncia che sta aprendo una nuova cassa.

Approfitto dell’occasione, faccio dietrofront e mi sposto volando alla cassa dove si è seduta lei e comincio a sfilare la roba dal cestino per appoggiarla sul nastro trasportatore.

Sguardi di odio da parte di chi ha riflessi meno pronti e attende da più tempo.

Sul nastro trasportatore dell’altra cassa, birre, birre e ancora birre, qualche sacchetto di patatine, altre birre. Ad attenderle, una ragazza che avrà forse appena fatto vent’anni. Si guarda attorno annoiata. Dopo di lei, un anziano dall’espressione triste che ogni tanto sfiora l’orologio.

Dopo di me, Sandman che continua a fissarmi, forse sperando di incrociare il mio sguardo.

Devo fare presto.

Metto la roba dentro la busta di plastica leggera, pago con la carta, saluto la commessa senza mai distogliere gli occhi da lei, e infine esco.

 

                                                               

 

Entro in auto, sono le sette e mezza, appoggio la busta e la borsa sul seggiolino accanto a me.

Vedo arrivare la ragazza di prima, molla le borse con le birre nel baule e sale sull’auto parcheggiata di fronte alla mia, la attende un coetaneo, si baciano con passione, quasi si mangiano.

Infilo la chiave nel quadro, aggancio la cintura di sicurezza, attendo un secondo e metto in moto.

Il segnalatore comincia a frignare.

Un bip bip continuo che non lascia scampo.

Mi pare di sentirlo.

Metti la cintura, passeggero, metti la cintura!

Il segnalatore non conosce la verità.

Il sensore gli comunica soltanto che c’è qualcosa sul seggiolino accanto al guidatore, qualcosa di abbastanza pesante da necessitare della cintura di sicurezza. Non volesse mai il cielo che a causa di un incidente rischiasse di volare fuori dal parabrezza.

Il segnalatore non può sapere che il passeggero è solo una busta da supermarket contenente una carota, una zucchina, una melanzana stretta e lunga, due peperoni, uno giallo e uno rosso, una confezione di cous cous, una di assorbenti e una bottiglia di Franciacorta Satèn di marca, una busta abbastanza pesante da allertare il computer di bordo.

Il segnalatore non può sapere che questa è solo una grande metafora della mia vita.

Il segnalatore non può sapere che il passeggero è solo la mia cena del venerdì sera.

Una cena che preparerò in circa un’ora, con calma, gustandomi due bicchieri di prosecco di ottima marca sulle note dell’ultimo album del compianto David Bowie, tagliando una dopo l’altra le verdure a dadini per poi metterle a cuocere nel mio wok, mentre faccio rinvenire il cous cous precotto con l’acqua calda.

Una cena che prelude a una serata in cui mi vedrò due o tre puntate di Better Call Saul in perfetta solitudine, se solo due o anche tre dipenderà solo dalla mia capacità di reggere l’attenzione senza essere sopraffatta dalla stanchezza della giornata.

Lo so, detta così può sembrare triste.

Tutti fuori a divertirsi, e io chiusa in casa a guardare serie tv.

Serie tv o documentari, dipende dal desiderio del momento.

Lo so che state già facendo finta di preoccuparvi per me.

Ma come, sei così giovane e carina, non hai un ragazzo che ti fa compagnia?

In realtà, mi state solo giudicando. E lasciatemelo dire, è una vera perdita di tempo.

Ebbene, in realtà la mia situazione non è triste, è solo formativa.

Molto più formativa di quello che spesso spacciate per amore quando in realtà è solo una cassa integrazione dei sentimenti, un surrogato d’affetto, una recita diretta ad arte, una truffa ben orchestrata.

Quindi non venite da me a predicare l’amore o a dirmi quanto sono sfortunata o quanto dovrei riaprire il mio cuore per lasciar entrare i sentimenti e altre frasi fatte del genere, grazie.

Pensate piuttosto a voi, alla vostra capacità di dissimulazione del disgusto giunta al livello massimo, a quanto in realtà vi sia difficile se non impossibile riconoscere di essere solo disperati, non certo innamorati della vostra non così più dolce metà, e di farvi andare bene tutto pur di non stare soli con voi stessi perché non riuscite nemmeno a guardarvi allo specchio, e iniziate a farvi qualche domanda seria, che sarebbe anche ora.

Mi chiamo Amabile.

Ho trentanove anni.

Faccio l’agente immobiliare.

Lo so cosa pensate, che il nome non sembra proprio adatto alla sottoscritta, ma i miei genitori quando l’hanno scelto non potevano mica sapere cosa sarei diventata. E non parlo certo del mio lavoro.

Alzo gli occhi. I due ragazzi si baciano ancora. Mi viene naturale scuotere la testa.

«Ci rivediamo tra sei mesi», penso.

Ingrano la retromarcia, esco dal parcheggio, metto la prima e me ne vado sgommando.

 

 

La Sfigata

 

 

L’amore è sopravvalutato, e tende a far sopravvalutare le persone.

Segnatevi questa massima e ricordatela nei tempi bui, quando vostra moglie vi avrà abbandonato dopo vent’anni di matrimonio per scappare con l’idraulico insieme alla vostra collezione di orologi che vi avrà sottratto arbitrariamente come risarcimento del tempo che le avete dedicato, o il vostro fidanzato vi lascerà senza sforzarsi troppo per trovare scuse un po’ più originali della media e sciorinando il classico non sei tu sono io come niente fosse. Scoprirete che vi eravate sbagliati voi e darete il giusto peso alla questione. Mi ringrazierete.

Bisogna mantenersi lucidi per non raccontarsi le favole. Di quelle ne ho già avuto abbastanza quando ero piccola. Tra l’altro, non l’ho mai detto a papà, ma parecchie favole che mi leggeva mi facevano cagare, preferivo di gran lunga le versioni originali rispetto a quelle edulcorate, mi piacevano le storie belle truculente coi finali terrificanti, da cui hanno tratto diversi spunti per le migliori serie horror e thriller degli ultimi tempi. In fondo, mutatis mutandis, le storie sono sempre le stesse.

La Sirenetta, ad esempio.

Rispetto alla favola di Andersen, dove la protagonista vede il principe sposare un’altra e si suicida dal dolore, trovo molto più educativa la fiaba da cui ha preso ispirazione, dove il principe tradisce la sirenetta e lei lo uccide. Altro che dolore e lacrime, rimorsi e sensi di colpa: una scelta chiara, un’azione definitiva e un gran fanculo all’inetto. Forse è per questo che ho sempre preferito le tragedie sullo stile di Medea, una che di certo davanti all’abbandono del suo amato non ha perso tempo a piangersi addosso.

E di Cenerentola, ne vogliamo parlare?

Nella versione originale, quando le sorellastre tentano di fregarle il principe, una tagliandosi l’alluce e l’altra affettandosi il tallone per potersi infilare la scarpetta e dimostrare di essere la ragazza giusta, vengono smascherate e per punizione gli uccelli cavano loro gli occhi a beccate. Certo, non è la protagonista che li manda per vendicarsi, ma la questione della vittima viene ribaltata alquanto, e davanti a una punizione così eclatante la storia prende tutt’altro significato: ne esce un «così imparano a comportarsi da stronze» piuttosto edificante, per quanto mi riguarda.

Se proprio voglio raccontarmi una favola, voglio un finale divertente. O molto bastardo. Basta con le scioglievolezze che nemmeno Lindor, ormai non si reggono più.

Solo in questo modo penso che il tempo passato a raccontarmela sia giustificato.

Non sono arrivata all’età che ho per farmi pigliare per il culo dal primo che passa, al massimo deve essere una mia scelta, e per questo dai miei colleghi di lavoro sono considerata una stronza. Non da tutti, a dire il vero, solo dagli uomini. Le donne, esercitando tutta la solidarietà femminile di cui normalmente sono capaci, mi chiamano la Sfigata. Lo so perché una volta ho ascoltato una conversazione in cui parlavano di me e si dichiaravano incredule del fatto che fossi riuscita a vendere una casa che nessuno, per anni, era stato capace di vendere.

«Non ha uno straccio di fidanzato, si vede che tutte le energie le mette lì.»

Con intendevano il lavoro.

Cioè lo stesso lavoro che fanno anche loro, ma di cui si lamentano di continuo e con una costanza che imbarazzerebbe un bonzo che passa ore a pregare nam-myoho-renge-kyo.

Se dovessero tutti i giorni strisciare per trecento chilometri tra i fiumi gelidi e le nevi del Canada e dell’Argentina come ha fatto Leonardo di Caprio per il Revenant di Iñárritu potrei capirle, ma dato che le loro preoccupazioni sono mettersi lo smalto rosso e aggiustarsi i capelli tra un appuntamento e l’altro, chattando sul cellulare come assatanate nonostante siano tutte fidanzate, allora no, non le capisco. E le odio abbastanza, ma questo mio sentimento non trapela, per questo sono così assatanate. Regalo loro indifferenza, e la cosa le fa sentire poco apprezzate. Fanno gruppo come le iene, aspettando il momento giusto per azzannare la preda, ma sperano che sia qualcun altro ad ammazzarla, loro non ne sono capaci né hanno abbastanza coraggio per farlo. L’unica cosa che sono brave a fare è spettegolare e sparlare nei cessi dell’agenzia credendo che nessuno le ascolti.

Illuse.

Michela, venticinque anni, alta, figa, belle speranze.

Fa l’agente immobiliare solo perché pensa che sia cool e perché spera prima o poi di incontrare delle celebrities, non ha bisogno di lavorare perché è figlia di un industriale, da tre anni ha il fidanzatino coetaneo che nonostante la giovinezza dirige l’azienda di papà e le mette le corna con la baby sitter di sua nipote, lo sa tutta la provincia ma non credo che lei lo sappia, o se lo sa, finge di non sapere e comunque non le importa, visto che si sta facendo pian piano tutta la squadra di calcio della città, spuntando la lista dei calciatori come quella della spesa. Forse doveva far fruttare l’operazione al naso e quella alle tette che l’hanno resa perfetta, e dimostrare così tutto il suo fascino. Non fosse che va dicendo che tra un anno si sposerà in abito bianco e con una cerimonia hollywoodiana sarebbe anche coerente. D’altra parte, sono sottigliezze così borghesi.

Silvia, trentacinque anni, un tipo, che non significa un cesso, significa un tipo.

Fa l’agente immobiliare per necessità, arriva ogni mattina con gli occhi a mezz’asta perché trascorre tutte le notti a rincorrere in giro per locali il tizio che le piace, a cui la lancia con la fionda e in qualunque altro modo possibile, a cui riesce a darla solo quando lui è ubriaco o semi incosciente o troppo disperato o da troppo tempo in bianco per dire di no, che la costringe a fare orari assurdi fino alle quattro, alle cinque del mattino e non perché scopa bene, ma perché fa fatica a tenere l’erezione. Però per lei, anima bella, lui è sempre sulla buona strada per innamorarsi. È due anni che va avanti così. Nel frattempo c’è rimasta talmente sotto che sembra perennemente fatta di oppio, o lobotomizzata, vampirizzata com’è da questo che la usa come zerbino. In pratica, si è trasformata nella pattina di Satana.

Ginevra, quarantadue anni, bipolare non dichiarata ma conclamata.

Fa l’agente immobiliare perché costretta, ha perso la sua rendita dopo che l’ex marito è fuggito in qualche paradiso fiscale sconosciuto dove nessuno può più raggiungerlo, e da cui si guarda bene di tornare o pagarle gli alimenti. Così per salvare le apparenze e dare al mondo l’idea di essere una donna equilibrata, ha pensato bene di ripescare un ex fidanzato, un poveraccio che sopporta le sue cicliche crisi isteriche e che non la fa vergognare di essere single. Insieme paiono i Kennedy, dispensano sorrisi dolci come caramelline mou e non appena sono certi che nessuno li guarda si scannano come due narcos messicani. Sul lavoro è la classica collega di merda, quella che ti spalleggia quando ha bisogno, ti dà una mano perché tu sia in debito con lei, ti sparla dietro col capo per sminuirti e metterti in cattiva luce, ti dice apertamente le peggio cattiverie, quelle che solo le donne invidiose dicono alle altre donne, facendoti notare che «quella gonna è troppo corta, alla tua età!» e che il trucco è «troppo pesante, non sei più una ragazzina!» e «da te mi aspetterei più classe!» e altre osservazioni acide sul genere che comunque lei ti fa sempre «per il tuo bene». Una collega di merda, appunto, che si comporta così con tutte, nessuna esclusa, e da cui si guarderebbe anche il mio cane. Che tra parentesi, non possiedo nemmeno.

Sorvolo sui colleghi maschi solo perché è inutile parlarne se non come un’entità astratta a sé stante: sono in cinque, l’uno la fotocopia dell’altro, arrivano in blocco tutti alla stessa ora e se ne vanno tutti alla stessa ora, con due pause a giornata rigorosamente alla stessa ora, tutti vestiti uguali con giacca nera pantalone nero cravatta sottile nera camicia bianca, tutti coi cellulari sempre in mano e gli auricolari infilati nelle orecchie, attivi, pronti, lesti, in attesa dell’approvazione tanto agognata del capo da cui hanno attinto il look e l’atteggiamento come tanti pappagalli cenerini, e come se la loro vita dipendesse da questo. Visto e sentito uno, gli altri non discostano molto, sono un branco e pensano come il branco, mononeuronali, a senso unico. Spesso si spostano in gruppi di due o tre per mostrare un appartamento a un solo cliente. In sostanza, fingono di perseguire il fatturato e il bene comune mentre invece pensano solo a sé stessi, in attesa di capire come fare colpo sul boss e portarsi via il titolo di agente immobiliare dell’anno. Come se da quello dipendesse la loro vita.

È un dato di fatto: siamo in una giungla, in cui ognuno ha il proprio ruolo.

Io mi sono scelta il ruolo della bertuccia. Quella che lancia la cacca sulle teste dei passanti mentre se ne sta al sicuro sugli alberi. E in questi panni, ve lo confesso e non ne faccio mistero, a costo di risultare antipatica, mi ci diverto parecchio.

 

 

Specifiche

  • Genere: Romance
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 270
  • ISBN: 9791280877260
  • Anno pubblicazione: 2023
  • Prezzo copertina:: 20
  • Esiste la versione ebook?: Si
  • Prezzo ebook: 4,95

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