Angela Pesce

SULLE SCALE DELLA SCUOLA

SULLE SCALE DELLA SCUOLA

Sulle scale della scuola è la storia di Leo, che non parla, di Alessandro che studia sempre, di Chong e delle sue scarpe, di Stefano che suona la chitarra, di Sara che legge tanto, di Flori che non riesce a leggere, di Daniel e della sua rabbia, di Alina e dei pidocchi, di Grace e del suo dente da curare. 
La storia delle classi dove queste storie sono un’unica storia, raccontata dalla voce di un’insegnante per cui la pratica didattica non è mai consuetudine ma osservazione, scoperta, rischio.

Leggi il primo capitolo

La corriera verso San Giorgio

 

 

Gennaio 2005, Bologna, via Marconi, autobus numero 97, ore 7.10; arrivo previsto a San Giorgio di Piano: ore 8.00. Da qui inizia la mia storia.

 

Salgo e chiedo all’autista la fermata più vicina alla scuola media Colombo in via Gramsci, «Ma dove, dov’è la scuola?»

Io ripeto gentile: «In via Gramsci», e lui, senza staccare lo sguardo dalla strada: «Ma a Castel Maggiore, a Funo, a San Giorgio di Piano?» Io mi sento improvvisamente sciocca, una sciocca al posto sbagliato, dietro a uno che non mi guarda in faccia e che mi fa una domanda ovvia, uno che sta facendo il suo lavoro, e io invece forse a fare il mio lavoro neppure riuscirò ad arrivarci. D’altra parte, sono su un autobus che prima di arrivare a San Giorgio di Piano attraverserà la bassa bolognese in direzione Ferrara, passando per altri paesi di cui io neppure so il nome. Sento improvvisamente una vampata di caldo e, nella speranza che nessuno abbia ascoltato la nostra conversazione, rispondo: «A San Giorgio di Piano». Allora l’autista mi suggerisce di mettermi a sedere, e forse mi dice anche di stare tranquilla, oppure sono io che me lo ripeto, tra me e me. «Prima dobbiamo uscire da Bologna, poi ci sono Castel Maggiore, Funo e, infine, San Giorgio e lì faccio solo una fermata davanti al bowling, è semplice».

«Certo, grazie», e mentre vado a sedere ho l’impressione che tutti i passeggeri, per fortuna ancora pochi, mi stiano guardando e si domandino cosa ci faccia io lì, su quella corriera in viaggio verso la nebbia della bassa, o forse, ancora una volta sono io che me lo ripeto.

 

Comunque è semplice, ha detto l’autista, e certamente mi accorgerò quando la corriera entrerà a San Giorgio di Piano.

La nebbia però rende tutto più o meno uniforme fuori dall’autobus: attraversiamo Castel Maggiore senza che io me ne accorga, poi la corriera si ferma a una rotonda e davanti a me intravedo il cartello Funo illuminato dai fanali di un camion, tutto sfocato. Quindi ora so che stiamo superando Funo, ma so anche che il bowling non lo vedrò mai. Mi sale l’agitazione, vorrei tornare dall’autista, ma mi vergogno, è proprio lui che mi incute timore: così dritto, serio e severo, così capace e soprattutto consapevole di quegli spazi, per me incomprensibili, questa mattina del tutto incomprensibili.

Rimaniamo in pochi e decido di chiedere informazioni a un compagno di viaggio, mi avvicino a un uomo sui quaranta che da un po’ è in piedi davanti alle porte e domando: «Siamo vicini al bowling? Il bowling di San Giorgio di Piano è la mia fermata» e lui: «Scendo lì, il bowling non si vede oggi, c’è nebbia, ma io scendo e scendono tutti perché quella dopo è il capolinea e di solito la corriera ci arriva vuota». Ha i capelli lunghi un po’ unti e da quel giorno lo rivedrò tutte le mattine per un intero anno scolastico, anzi per tre.

Sale sempre a Castel Maggiore e scende a San Giorgio. Lavora, penso, in una fabbrica da quelle parti. Operaio.

 

C’è un’epica particolare di quelli che viaggiano in corriera la mattina prima delle sette per andare sul posto di lavoro.

Per prendere la corriera delle sette devi alzarti dal letto presto e allora ti porti sull’autobus ancora un po’ di quella notte troppo corta, del sonno interrotto, dei sogni fatti finire veloci che suona la sveglia, del caffè troppo caldo.

Quando esci di casa è ancora buio e non sai bene che giornata verrà fuori: col sole, la nebbia, la pioggia, grigia, gialla, azzurra…e quando non sali sulla tua auto ma su una corriera che attraversa appunto la bassa da Bologna verso Ferrara, è su quella corriera che ti svegli; e così all’improvviso diventa inevitabilmente familiare: cerchi i visi soliti, guardi con confidenza gli autisti e tenti di trovare sempre lo stesso posto. Non è più casa, intimità, riposo, ma non è ancora lavoro, ruolo, professione, e non vuoi che lo sia: è quel tempo speciale in cui dici quello che ti va, e chiacchieri con la vicina, e ti lasci anche sfuggire qualche confidenza, un segreto quasi intimo, tra un luogo comune e un convenevole, e va bene così; e l’ascolti mentre ti svela chi è stato nominato al Grande Fratello, anche se non ne sai niente e il Grande Fratello l’hai sempre snobbato e anche tutti i suoi spettatori. Ma quando sei lì seduta accanto alla giovane donna che ne parla e si illumina e partecipa di quelle emozioni raccontate male, di quelle storie scritte e mal recitate, improvvisamente scopri che quella domanda che ti fai sempre con i tuoi amici: «Ma il Grande Fratello chi lo guarda? Ma chi può credere a quelle storie?» La risposta è lì seduta accanto a te, e si è svegliata alla tua stessa ora, e ha bevuto lo stesso caffè troppo caldo, e non ti è così estranea, anzi in quel momento è proprio con lei che stai per parlare e ne hai voglia, anche se ti racconta il Grande Fratello, che lei non lo sa che è una trappola, e tu hai voglia di parlarle e non per suggerirle con ironia di non vedere il Grande Fratello e magari di non vedere proprio la televisione, ma ti va semplicemente di parlare con lei e di stare ad ascoltarla, qualunque cosa abbia voglia di raccontare.

 

Non è per tutti la stessa storia: c’è anche chi la corriera in queste condizioni non la prenderebbe mai, piuttosto a piedi o in bicicletta, se le distanze lo permettono, o da solo sulla propria macchina, o, se della corriera non se ne può proprio fare a meno, allora sprofondato nella Repubblica, o altro quotidiano, o, ancora meglio, in un libro, possibilmente di molte pagine, o magari un saggio magari di storia antica, per separare, tracciare una linea netta di confine.

 

Anche io, all’inizio, partivo armata di buoni propositi: un libro, la musica, il giornale, il Manifesto prima, poi per poco Liberazione, poi per un po’ L’Unità per arrivare infine a Repubblica e, dopo poco ricominciare il giro. Il Manifesto che ho anche sostenuto tutte le campagne di autofinanziamento, fosse anche solo per la prima pagina, fosse anche solo perché è bello che continui ad esserci, poi Liberazione e poi L’Unità perché alla striscia rossa ci ero affezionata, e poi la Repubblica non so perché.

Ma i buoni propositi iniziali svaniscono presto: devo partecipare, devo essere parte di quella corriera. E tutti leggono la free press, e tutti si salutano e si ascoltano e di loro, i Manifesti, le Unità, le Repubbliche non dicono niente. E io in quel tempo speciale, che è prima del lavoro, che è dopo la casa, già lavata la faccia e i denti, che è per caso che sei proprio lì, io su quella corriera sono così: metto da parte il giornale, non tiro fuori il libro, spengo la musica e partecipo al viaggio. Fino alla mia scuola, in via Gramsci, che quando mi è arrivata la chiamata da quella sede, mio marito ha commentato: «Vedrai che qua ti tengono, che Gramsci ti porta bene».

 

Dopo la fatica del primo giorno, diventa tutto più semplice: per un po’ continuo a tenere d’occhio il signore con i capelli lunghi e a scendere dietro a lui con sempre maggiore disinvoltura. Poi imparo a fare da sola: me ne sto seduta e qualche minuto prima della mia fermata mi alzo, senza accorgermene. Si alza il corpo e mi porta con sé, fino al cancello della scuola.

 

Postfazione

 

 Questo romanzo è il racconto di sei anni di scuola scritto in prima persona. La voce narrante è quella di un’insegnante di sostegno, che porta il mio nome. Sono io alla mia prima esperienza in classe, ma non si tratta solo di me.

Quella che si muove nelle pagine di questo romanzo sono io, ma sono anche tanti colleghi che ho incontrato negli anni, dietro al mio nome ci sono i nomi, i gesti e le scelte di tanti altri. I personaggi, gli studenti, i collaboratori, i genitori, i dirigenti, sono inventati, ognuno raccoglie in sé le storie di tanti, e tutti insieme raccontano questa storia.

Quando ho iniziato a scrivere, la protagonista e la sua voce avevano un ruolo centrale, molto presto però sono emerse le voci degli studenti, nella forma dei tanti dialoghi che ho inserito nel romanzo, dove le parole dei ragazzi e delle ragazze si rincorrono in botta e risposta veloci, come nei corridoi e tra i banchi, nelle descrizioni dei corpi, delle mani, delle braccia, degli sguardi che di pagina in pagina prendono forma e diventano protagonisti.

La voce dell’insegnante torna insieme a quella degli studenti in un’unica voce corale che è quella delle classi. Classi che, attraverso la fatica collettiva, diventano comunità, dove socialità, educazione e apprendimento vincono le differenze sociali e permettono l’incontro e la crescita. Classi dove anche quelli che si fa fatica a pensare come studenti possibili, quelli che non sanno leggere, che contano con le dita, che non parlano, anche loro partecipano, anzi spesso sono il motore delle relazioni.

Come racconto nei capitoli iniziali, la mia prima collega mi ha accolta in classe con queste parole: «Tu stai lì e osserva», molti anni dopo un amico, che di lavoro faceva altro, a proposito di una mia studentessa con grave disabilità mi ha detto: «Non farla stancare troppo, lasciala anche giocare e gioca con lei». Queste pagine sono il frutto di quei consigli: l’osservazione ha reso possibile l’insegnamento e la condivisione del gioco ha permesso di superare l’urgenza del ruolo a favore dell’incontro. E dall’incontro è nato questo libro.

Specifiche

  • Genere: Mainstream
  • Collana: BLACK-OUT
  • Formato: Brossura
  • Pagine: 170
  • ISBN: 9791280877321
  • Anno pubblicazione: 2022
  • Prezzo copertina:: 19
  • Esiste la versione ebook?: Si
  • Prezzo ebook: 4,95

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